Lu tempu di li pesci spata

Vecchie nasse al porto di Casacais (foto. A. Corbino, 2012)

Un mio studente, con il quale durante l’esame abbiamo discusso di sostenibilità delle produzioni marine, mi ha donato questo link magico, che rimanda a un tempo, quasi 60 anni fa, quando la pesca era davvero sostenibile. Nel breve documentario di Vittorio De Seta “Lu Tempu de li pisci spata” (1954) si racconta della pesca al grande pesce nello stretto di Messina, attorno al cui rito si incentra tutta la vita economica e sociale di una comunità (donne che sciacquano i panni a mare, danze davanti al fuoco..). Eccovi il link: http://www.youtube.com/watch?v=bM3iScIjaPQ&feature=share

Non mi è stato difficile trovare in rete un altro documentario di De Seta che racconta della mattanza dei tonni in Sicilia “I contadini del mare” (1955):  http://www.youtube.com/watch?v=GlkeP1ktIJY&feature=related.

I video sono stati postati da poco. E visti da poche centinaia di persone. Ma spero davvero siano visti da tantissimi, non solo per il loro valore artistico ma soprattutto per il loro valore storico, che documenta da dove veniamo noi italiani . Sono testimonianze che dovrebbero inorgoglirci perchè ci ricordano che quello che siamo ora è solo il frutto del sangue e sudore dei nostri nonni e allo stesso tempo dovrebbero aiutarci a ripudiare gli odierni compromessi della società mafiosa e a guardare con occhi diversi quei popoli che, oggi, pescano ancora come noi facevamo appena 50 anni fa.

Grazie a Francesco e grazie ai miei studenti che in questi 2 anni mi hanno dato molto più di quanto io sia riuscito a dare a loro. AC

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2 risposte a Lu tempu di li pesci spata

  1. Francesco ha detto:

    Sono contento che il film-documentario ‘’Lu tempu de li pisci spata’’ le sia piaciuto, appena l’ho visto ne sono rimasto profondamente affascinato e ho pensato di segnalarle il link rifacendomi al concetto di ‘’sostenibilità’’, abbondantemente discusso durante i suoi corsi e in sede d’esame.
    Un video che, come sottolineava lei, testimonia il rito della pesca al grande pesce spada nello Stretto di Messina, su cui si incentra l’intera vita sociale ed economica di una comunità.
    La testimonianza diretta di una pesca fatta ‘a vista’ con piccole imbarcazioni a remi, una pesca di lunghe attese, fatiche e sudore, in cui spesso ad avere la meglio era proprio il rostrato, una pesca sostenibile tramandata nei secoli di generazione in generazione che si è ridotta oggi a semplice tradizione dopo la seconda metà del ‘900.
    Verrebbe da chiedersi, in maniera provocatoria (ma non troppo), se questo sia il nostro passato o il nostro futuro. Lo scrittore-scultore-alpinista Mauro Corona, nel suo penultimo libro intitolato ‘’La fine del mondo storto’’ ipotizza proprio questo: cosa accadrebbe sulla Terra se un giorno, magari in pieno inverno, finissero tutte le scorte di petrolio, carbone, e tutti rimanessero senza energia elettrica? Gli ospedali chiuderebbero, tutti i mezzi di trasporto si fermerebbero, l’intero pianeta si ritroverebbe al buio, scoppierebbe il caos. Coloro i quali hanno continuato a vivere ‘secondo natura’, come artigiani, pescatori e contadini che hanno mantenuto in vita tradizioni e stili di vita secolari, riuscirebbero a sopravvivere tranquillamente, gli altri no. I potenti della terra coi loro soldi cercherebbero di comperare enormi appezzamenti di terreno per riuscire a sopravvivere, ma a quel punto nessuno glieli venderebbe perché quei soldi non servirebbero a nulla. Allora cercherebbero di impossessarsi della terra in altri modi, ma avendo perso l’uso delle mani e qualsiasi contatto coi ritmi naturali, capirebbero di non poter far nulla senza l’aiuto di contadini, pescatori e artigiani. Si arriverebbe al punto tale che una spigola di un kg, ad esempio, non verrebbe mai barattata con mille banconote da 100 euro perché la prima garantirebbe la sopravvivenza, i secondi non basterebbero ad accendere un fuoco di pochi minuti ( se vogliamo un’estremizzazione del concetto di ‘valore intrinseco’ del pesce di cui si discute nel suo libro ‘’economia e diritto ambientale per le produzioni marine’’, anche se non è esattamente la stessa cosa). Ecco che il mondo si capovolge, gli unici in grado di sopravvivere in questo caos sarebbero proprio i depositari di quelle antiche tradizioni che hanno consentito la sopravvivenza delle comunità locali per migliaia di anni. Uno scenario che ci appare lontano, ma verso cui secondo me rischiamo di tendere se non cambiamo i nostri stili di vita.
    Per quanto riguarda l’aspetto didattico, siamo noi alunni a ritenerci fortunati di aver avuto un professore come lei, uno dei pochi ad averci insegnato e trasmesso realmente qualcosa che va al di là delle semplici lezioni in aula.

    Saluti, Francesco B

  2. Alberto Corbino ha detto:

    Grazie Francesco, se i capoccioni del MIUR venissero tra i banchi delle scuola e dell’Università a capire quanta competenza e passione (anche civica) c’è in moltissimi studenti (e direi anche in molti docenti), sono certo che le cose andrebbero in maniera diversa, e all’istruzione verrebbe restituta dignlità e centralità. Suerte!

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